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Grande successo di "NATURALE", prima fiera del vino artigianale svoltasi il 12 e 13 Maggio 2012 a Palazzo Santucci in Navelli.

 

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L’antidoto contro lo stress da fiera è un’altra fiera. Quella di Navelli


Stress da fiera, l’ineluttabile sindrome da affaticamento. Procede dalla passione per le nectar délicieux: troppi eventi, troppo spesso, con troppi vini per le nostre papille esauste. Troppo è anche il rimorso per tutti quelli desiderati invano: la variante per oenophiles del sogno bagnato, quello dei vini che avevamo smaniosamente appuntato come imperdibili, che avremmo voluto ma non abbiamo potuto degustare.

L’antidoto contro lo stress da fiera esiste ed è, non sorprenda, una fiera: l’ultima nata tra quelle dedicate ai vini naturali. Si chiama Naturale e si è svolta a Navelli, una trentina di chilometri da L’Aquila. Vale a dire in un borgo bello ma fuori mano, situato nella provincia di una città inferma e pericolante. Chi ha potuto concepire una manifestazione in un luogo del genere? Un gruppo di sparuti visionari, anzi: di locali, appassionatisi all’idea di portare altri sparuti visionari da altri borghi belli e fuori mano a spiegare il vino che fanno. E perché è differente.

Locale è parola che individua, nel significato più immediato, il luogo al quale sentiamo di appartenere. In alternativa, insieme a territorio e terroir, è locuzione tra le più abusate da industriali sotto mentite spoglie o imbottigliatori di pout-pourri. Nel primo caso è espressione di identità, nel secondo espediente per l’identificabilità. L’identità è concetto complesso, che il vino di qualità può tuttavia rendere con l’immediatezza e l’incisività di una lingua franca: per definizione un linguaggio veicolare e aperto, che si propone come unitario ma accoglie le varietà, facendone riferimenti distinti ma paritetici. L’identificabilità è un’esigenza delle strategie di vendita e trova la sua espressione politica nel sistema italiano delle denominazioni di origine. L’identità qualifica il vino, la denominazione all’italiana lo mistifica. Questo, in sintesi, il tema centrale del dibattito a Navelli; il successo di Naturale testimonia anche della capacità di portarlo all’attenzione di un pubblico più ampio rispetto a quello dei cultori. Un successo rispecchiato nei moltissimi commenti, in particolare quelli pubblicati nei social network, o nell’esaurimento dei posti disponibili per le degustazioni; evidente perché sublimato in una sensazione diffusa, inusuale vibrazione empatica trascendente il tipico, stuporoso benessere dei languidi pomeriggi di fiera, la loro socialità barcollante e ridanciana, la congerie di occhi vitrei e lingue infeltrite.

Qui, dicono i produttori, nessuno ha approfittato dei vini a centinaia per allestirsi l’aperitivo potenziato. Piuttosto, proprio i cosiddetti curiosi hanno fatto la differenza, appassionandosi e informandosi. Alla fine sono stati gli stessi vignaioli i più capaci a riassumere le ragioni del buon esito. Così ha scritto una di loro, Nicoletta Bocca, sulla pagina Facebook di Naturale: «Navelli ha permesso di respirare una bellezza e un ritmo rarissimi. E la Libertà. Grazie davvero a tutti. Io sono stata perfettamente felice: ho capito cosa dovrebbe essere una vera fiera di vini naturali in cui chi l’ha fatta nascere è ospite, non padrone».

[Crediti | Immagini di Patrizia Peroni e Simona Iovane; dalla pagina FB della Fiera di Navelli]


Parole di Vino

Sui termini usati impropriamente, soprattutto. E intuiamo subito che non di solo vino si tratta. Navelli (AQ), prima fiera del vino naturale in Abruzzo

«L’artigiano è colui che si esprime attraverso i gesti, che riesce a comunicare dei contenuti tramite le cose. Il silenzio, alle volte, arriva ad avere un’importanza e un peso non quantificabili, quando senti che hanno scippato le tue parole. Se sei Platone, inventi la teoria delle Idee e spieghi che le parole devono essere piene di contenuti; se fai il nostro lavoro, semplicemente continui a farlo».

Così Nicoletta Bocca, viticoltrice artigiana dell’azienda San Fereolo, durante il seminario “La ricerca dell’equilibrio tra tecnica e natura” a Navelli il 13 maggio scorso, pone l’accento su una problematica pungente per noi generazione della comunicazione.

Ci torna in mente un giovane e infuriato Michele Apicella davanti allo sproloquio della giornalista biondina che è costretto a schiaffeggiare perché «insensibile alle parole di oggi… e chi parla male pensa male, e vive male».

Una stampa che fonda la sua oggettività nella superficialità e nell’indifferenza, che non si cura di trasmettere responsabilmente un contenuto o un punto di vista, ma è tutta rivolta verso se stessa. Una stampa morta, come quel vino perfetto che rimane a migliaia di chilometri da noi.

Certo, il problema della distanza. Ci si chiede se per valutare con obiettività un vino – a questo mondo c’è chi si è scelto questo atroce mestiere – sia necessario eliminare ogni condizionamento esterno, sia pure la conoscenza del produttore. Il rischio, come dice qualcuno, è di bersi la persona, e di aggiungere al limite fisico delle nostre papille imperfette quello ancor più spregiudicato della nostra emotività.

Perché dei produttori ci si innamora. Oppure, nei casi meno fortunati, li si biasima. E quindi, come avviene normalmente nella vita quando si incontrano altri esseri a noi simili, ne siamo coinvolti, spesso arricchiti. La soluzione, non mia, ma di uno dei pochi degustatori onesti e capaci da risultare pure decisamente simpatico, è un giusto rapporto fra chi il vino lo fa e chi poi lo giudica.

Nel mezzo, va, un po’ come il prezzemolo. Che però, notoriamente, risulta alle volte inopportuno. Quando inopportuna è la deformazione mentale ma professionalmente accettata di incarnare il Verbo del Dio Degustatore, che ha diritto di vita e di morte sui suoi inconsapevoli sudditi produttori, e che verosimilmente dietro inoppugnabili sentenze cela carenze di ben diversa natura. «Ma io non parlo così», continuava Michele in Palombella Rossa, «bisogna trovare le parole giuste, le parole sono importanti!».

Può essere il caso di concepirne di nuove e diverse, di scavalcare quelle disimpegnate categorie da anni Ottanta che demoliscono ogni possibilità di costruire una base umana preliminare – i futuri sommelier vengono ancora indottrinati con associazioni del tipo vino rosso frutta rossa, vino bianco frutta bianca.

Nonché di modificare il nostro approccio nei confronti di qualcosa che, purtroppo o per fortuna, sfugge al nostro controllo: il vino, almeno quello per dir così artigianale, quando non ci costringe a un’afasica contemplazione, merita un avvicinamento umile, proprio di chi è disposto a lasciarsi disorientare e stupire.

Come suggeriva un ormai caro cantautore siciliano, «Che noi uomini siamo poca cosa, e la nostra disperazione è di averlo sempre saputo». Rassegniamoci e beviamone tutti.

Noi lo abbiamo fatto a Navelli con i vini e le voci di Gaspare Buscemi, Nicoletta Bocca, e con tanti altri. Niente premi, pochi giudizi, ma davvero una delizia.

 

 


 

 


 

 

 

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